Tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Dove stiamo andando?

La stragrande maggioranza degli eventi infortunistici in Italia, si concentra nelle aziende fino a 9 dipendenti che rappresentano l’86,4% del totale mentre le imprese da 10 a 49 dipendenti sono il 12% del totale, grazie all’estrema polverizzazione del settore industriale nazionale. Il D. Lgs. N. 81/2008, emanato come noto sotto le solite spinte emozionali – emergenziali non sembra aver prodotto i risultati attesi mentre, in questi ultimi mesi, si sta parlando di disegni di legge che introducano il reato di “omicidio sul lavoro”.

Francamente, chi scrive pensa da tempo che più che concentrare l’attenzione sulla redazione dell’ennesimo provvedimento legislativo, sia i politici che i legislatori nonché la pletora di esperti o presunti tali che non perdono occasione di pontificare ogni qualvolta ne hanno l’opportunità, dovrebbero prima chiedersi cosa, almeno negli ultimi decenni non ha funzionato e perché e, soprattutto, quali possano essere le azioni da attuare per correggere tale situazione. Individuare ed attuare una strategia realmente efficace, in effetti, è molto più difficile che emanare un nuovo provvedimento legislativo per seguire l’onda emozionale della pubblica opinione che essendo stato “partorito” in questo particolare contesto, non riuscirà mai a creare quelle condizioni che permettano un effettivo miglioramento della situazione, tenendo conto delle logiche organizzative e decisionali delle aziende nel particolare tessuto industriale del nostro paese. Un altro possibile rischio che le esperienze passate insegnano è che, una qualunque legge sulla sicurezza sul lavoro, dopo la stesura di una prima bozza, nei vari passaggi, si gonfia di deroghe, particolarità, cavilli vari, esclusioni, ecc. che, quasi sempre, la stravolge. In teoria, sono tutte leggi che vogliono raggiungere un nobile obiettivo ma finiscono sempre per raggiungerne un altro, molto meno nobile, che, poi, è sempre lo stesso: accontentare tutti (imprese, sindacati, specialisti della prevenzione, enti di vigilanza, magistratura, ordini e collegi professionali, associazioni varie, ecc.). Il problema molto grave, però, è che questi due obiettivi sono tra loro incompatibili: Del resto, oggi, le cure che vengono indicate sono sempre le stesse: maggiori controlli ed aumenti delle sanzioni. Parlare di nuove leggi, oggi, a giudizio di chi scrive tutto ciò equivale a disquisire sul sesso degli angeli. Il motivo di tale affermazione è che, oggi, non esiste ancora una forma di deterrenza adeguata. Nei casi di reati di puro pericolo, la sanzione comminabile, ad esempio, per la mancanza di una protezione su una macchina non è percepita come un deterrente da un’azienda, in quanto non è economicamente significativa e, soprattutto, è legata alla frequenza sia del verificarsi dell’evento infortunistico che delle attività di vigilanza e controllo che, nei fatti, interessa solo una parte esigua delle imprese esistenti per tutta una serie di ragioni arcinote e che non è il caso di elencare. Oggi la sicurezza e la tutela della salute viene percepita, dalla maggior parte dei soggetti coinvolti a vario titolo, come un insieme di norme e procedure, che non produce valore alcuno e, anzi, va ad intralciare le normali attività produttive. Di conseguenza, nelle imprese, l'investimento in risorse umane e materiali è stato, quasi sempre, discontinuo e dispersivo. Il legislatore, d’altra parte, deve anche comprendere che ogni provvedimento tendente ad imporre, ad un qualsiasi settore industriale, un aumento delle misure organizzative, tecniche, procedurali, ecc. volte a diminuire la frequenza e la gravità degli infortuni e delle malattie professionali, produce sulle imprese, piccole o grandi che siano, un aumento degli investimenti aziendali e dei costi di produzione. I costi possono essere trasferiti, solo in minima parte, al cliente, mediante un aumento dei prezzi, mentre la maggior parte dell'aumento dei costi incide e inciderà sempre, sul reddito d'impresa. Dato che, fino ad oggi, non sono state certo le norme a mancare, possiamo affermare che fino a quando l'apparato di controllo e prevenzione non sarà veramente tale e fino a che le sanzioni, ma da comminare in tempi brevissimi, non incideranno in modo economicamente rilevante e, soprattutto, non verranno, parallelamente, introdotti sistemi incentivanti adeguati (le sanzioni anche economicamente rilevanti, da sole, non servono a nulla!) senza rimandare il tutto a decreti dal futuro incerto (quanti sono, ad oggi, i decreti realmente emanati perché previsti dal D. Lgs. N. 81/2008?), La logica economica porterà più d’una impresa a minimizzare i costi totali, tagliando lì dove è possibile farlo, o limitando i costi della prevenzione. In altre parole, appare logico, economicamente, pensare che la sicurezza e la tutela della salute non sia un problema critico e non abbia la necessità di una priorità d’investimenti e si possano, di conseguenza, minimizzare i costi connessi alla prevenzione. Ed è questo, il retaggio culturale che va demolito adottando strategie di ampio respiro! Le considerazioni precedenti, oltre a delineare obiettivamente il quadro della situazione, permettono di individuare anche alcune azioni da intraprendere per un reale miglioramento dell'attività prevenzionistica. Istintivamente, l'azione che può sembrare prioritaria è quella indirizzata sia verso la richiesta di norme di legge più chiare e burocraticamente più leggere che verso un inasprimento delle sanzioni rendendole economicamente più pesanti, in modo da ricordare alle imprese, nel confronto tra i costi di prevenzione e quelli relativi alla non osservanza delle norme ed al risarcimento dell'infortunio e/o della malattia professionale, che l'attività, volta a tutelare l'integrità psicofisica di tutto il personale, è un problema prioritario, socialmente ed economicamente rilevante che necessita, da parte del soggetto giuridico preposto, un maggiore investimento in risorse, nonché dei risultati che ne misurino l'impegno effettivo. L’incremento delle sanzioni, come detto prima, è una condizione necessaria ma non sufficiente; infatti, a giudizio di chi scrive, si commetterebbe un gravissimo errore pensando di risolvere il problema basandosi solo sulla repressione dei reati. 

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